Dall’architettura organica alla bioarchitettura: oggi

(segue) In contrapposizione allo spoglio razionalismo nacque tra 1890 e 1900 l’Art Noveau (o Liberty in Italia) che è stato soprattutto un nuovo stile di decorazione basato su curve sinuose, come nel rococò, che spesso suggeriscono forme organiche. Ci fu però chi, come Frank Lloyd Wright, non condivideva in generale la volontà di progettare guardando solamente al rapporto tra uomo e costruzione. Nacque così l’architettura organica che prestava attenzione sia al rapporto di funzionalità che l’uomo ha con l’abitazione sia alle conseguenze che l’uomo e l’abitazione hanno sull’ambiente, e viceversa: ci doveva essere un equilibrio nella triade abitazione-abitante-ambiente esterno.
A differenza della visione strettamente geometrica razionalista, nell’architettura organica lo spazio non deve essere modificato in funzione dello scopo, l’architetto non deve imporsi a priori sull’ambiente ma deve esserne influenzato, sviluppando il progetto con una gran varietà di forme e materiali in modo tale che sia in armonia con il proprio ambiente. Per esempio le case familiari del primo periodo di Wright, le Prairie houses o “case della prateria”, oltre ad una buona funzionalità, nonostante si sviluppassero anche su più di un piano pretendevano una forte orizzontalizzazione tipica appunto delle pianure (tramite l’utilizzo di grandi spioventi, l’eliminazione di pilastri e comignoli, etc.), un’apertura verso l’esterno e all’interno (tramite vetrate e una compenetrazione tra i locali del primo piano tipica di Wright e chiamata “scatola rotta”) e l’utilizzo di materiali naturali e locali e di nuove tecnologie.

È passato molto tempo e oggi riguardo le abitazioni sono nati molti nuovi termini come “casa passiva”, che è una casa che non consuma o persino produce energia grazie al perfetto isolamento dall’esterno, “casa bioclimatica” la quale non consuma o produce energia sfruttando gli elementi esterni come vento, sole, etc. Queste due situazioni possono tranquillamente coesistere nella stessa costruzione. E ancora casa “ecosostenibile” o “biocompatibile” che riguardano l’uno i materiali (che devono essere naturali, locali, decomponibili o riciclabili, quindi sostenibili dal punto di vista di produzione, trasporto, utilizzo e riutilizzo) l’altro la salubrità dell’edificio stesso (che deve essere in armonia con l’ambiente circostante e privo di tutti quegli elementi caratteristici dell’”edificio malato”. Il termine “bioarchitettura” ormai comprende nel linguaggio comune entrambe queste espressioni.

Si potrebbe dire che i principi delle Prairie houses siano pressoché gli stessi che oggi stanno alla base della bioarchitettura. Si sta tornando infatti ad avere una maggiore attenzione al rapporto tra costruzione e ambiente, soprattutto per quel che riguarda gli sprechi energetici. Si vuole una casa che sia in armonia col resto del mondo, che ci protegga fisicamente e psicologicamente senza mettere a repentaglio la salute del pianeta, case costruite con materiali ecosostenibili e che non rischino di nuocere alla nostra salute solo per avere mobili più bianchi o muri che asciughino più in fretta, case costruite in un modo biocompatibile, una casa che non ci faccia spendere il 50% in più sprecando energia. Si cerca insomma di ritrovare quell’armonia nella triade che cercava anche Wright e che ci permetterebbe di non rinunciare né all’”utile” né al “bello”.

Foto di jacqueline.poggi su Flickr